Bisogna aver paura della Brexit?

  Davide Podagrosi   Giu 05, 2019   News   Commenti disabilitati su Bisogna aver paura della Brexit?

 

Brexit sta per diventare realtà e la nostra economia dovrà presto fare i conti con i suoi effetti. Quali e quanti saranno? Nuoceranno alle nostre esportazioni? E all’agricoltura? Ecco i pronostici ​più probabili e qualche riflessione.

Brexit – fra sorpresa e confusione

Sta per compiere 3 anni il referendum che inaspettatamente decretò ​l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea per volere dei sudditi della regina. E non abbiamo ancora un accordo che regolamenti i rapporti fra la ”splendida isola” e gli altri 27 dell’Unione in questa nuova delicata fase storica! La bozza di concordato negoziata con l’UE – una volta scongiurata l’ipotesi di un’uscita ‘no deal’ ​(cioè, senza trattative), che si era paventata fino allo scorso mese di marzo – dovrebbe, infatti, essere presentata da Theresa May al parlamento britannico, contestualmente alle proprie dimissioni, per i primi di giugno.
E mentre le agenzie di stampa ci fanno sapere che hanno fallito anche i tentativi di intesa fra la premier di Downing Street e il leader laburista Jeremy Corbyn, e che la data dell’addio definitivo slitterà con ogni probabilità al prossimo 31 ottobre, ci si interroga su quali conseguenze potrebbe produrre in Italia la perdita della concittadinanza europea con Elisabetta II.
In particolare, quello che mi (e ci) interessa maggiormente è cercare di capire quali​ ​ripercussioni avrà la Brexit sull’economia del Belpaese​.

Post Brexit: cosa succederà all’economia italiana?

Fermo restando che l’economia, e ancor più la finanza, sono sempre coperte da un’ampia alea data dalle tante variabili in azione – e che, quindi, potrebbero verificarsi effetti imprevedibili (non necessariamente sempre sfavorevoli…) – direi che l’uscita dall’Unione di un mercato importante come quello britannico è destinata a produrre ​conseguenze non ​indifferenti​. Non fosse altro, per il fatto che venendo a mancare l’apporto sostanzioso degli Inglesi nelle casse dell’Ue, gli altri Stati Membri – Italia compresa – dovranno compiere uno sforzo maggiore per colmare il vuoto!

3 settori a rischio

A parte questo, ecco di seguito, con una semplificazione, i principali ​settori che ​potrebbero subire maggiori ripercussioni​, nel nostro Paese, all’indomani della Brexit:
– Finanza​. La Gran Bretagna è uno dei maggiori mercati mondiali di strumenti derivati – prodotti finanziari che, come dice il nome, derivano il proprio valore dall’andamento di altri asset, o indici, sottostanti. L’insieme dei contratti derivati sposta attualmente nella ​City

qualcosa come ​3 mila miliardi di sterline – metà delle quali prodotte da transazioni con contraenti USA e un altro quarto relativo ad accordi con partner comunitari. Nella peggiore delle ipotesi, in caso cioè di ​hard Brexit​, le banche inglesi – una volta perso il “passaporto europeo” – non potrebbero più prestare i propri servizi a soggetti degli Stati Membri; o almeno, non prima che vengano disposte normative nazionali ​ad hoc.​ Ma l’elaborazione di leggi in materia richiede l’impiego di tempo e competenze specifiche, e nello stato di non regolamentazione che intercorrerebbe nel frattempo, la finanza inglese potrebbe privilegiare le transazioni concluse con soggetti extracomunitari – USA ​in primis​.
– Migrazione (studenti e lavoratori italiani residenti in UK)​. Legato a doppio filo alle questioni economiche e finanziarie è poi il discorso dei cittadini Ue che soggiornano o risiedono sul suolo britannico per ragioni di studio e/o di lavoro. Se Londra infatti deciderà di dare corso a un’uscita “dura”, dando un giro di vite all’immigrazione (anche europea), allora dovrebbe anche rinunciare alla libera circolazione di beni e servizi che caratterizza costituzionalmente l’Unione, ripristinando ​in toto le barriere doganali.
Tornando a parlare di persone, mentre cambierebbe poco per i nostri connazionali (circa 600.000) che vivono attualmente nel Regno Unito,

subiranno le conseguenze più pesanti quelli che devono ancora trasferirvisi. E` probabile, infatti, che il parlamento britannico decida di introdurre delle ​quote all’ingresso di stranieri​, o che accordi una preferenza a coloro che abbiano già trovato lavoro oltremanica prima di partire. Inoltre, sarebbe ​a rischio per gli Europei anche ​il ​sistema di welfare​. A proposito degli studenti, poi, la Brexit potrebbe portare a un innalzamento delle tasse universitarie, che ora si aggirano mediamente intorno ai 10.000 euro annui, fino a oltre il doppio. E questo non sembra una conseguenza troppo favorevole per le famiglie italiane che mantengono i propri figli in una delle prestigiose università britanniche… Qualcuno potrebbe vedere in tali ostacoli all’immigrazione dei nostri connazionali verso una meta tanto ambita come la Gran Bretagna anche una eventualità potenzialmente vantaggiosa: il nostro Paese, cioeee, subirebbe meno fughe di manodopera e, soprattutto, di cervelli made in Italy. Se, però, nel frattempo non si sblocca il mercato del lavoro interno, certo ci sarà ben poco da gioire!

– Export e Agricoltura​. E` forse questo il terreno più “caldo”, per quanto ci riguarda, quando si parla dell’uscita del Regno Unito dall’Europa. La costante perdita di valore cui assiste la sterlina da tre anni a questa parte sta, infatti, già inducendo un sensibile calo delle esportazioni UE→UK.

E poi, c’è la questione della dogana: se l’accordo non dovesse mantenere l’unione doganale permanente, si passerebbe da un regime di libero scambio senza tariffa a un ​mercato con tariffa​, cosa che appesantirebbe inevitabilmente i prezzi dei beni. Inoltre, parlando del settore agroalimentare, andrebbero considerate anche le ​barriere non tariffarie – cioè nuovi e diversi ​standard ​di sicurezza fitosanitaria cui potrebbe essere necessario adeguarsi.
Anche se il ​prodotto italiano è ancora molto forte – in particolare, nei settori auto e macchinari, moda e, neanche a dirlo, ​cibo e bevande​! – la contrazione si fa sentire, soprattutto nei confronti dell’olio d’oliva, le cui esportazioni in UK hanno subito un vero e proprio crollo di quasi il 15%. Non sarebbe assurdo, a questo punto, ipotizzare che il terreno perso dalla nostra produzione agroalimentare possa essere occupato da Paesi concorrenti – europei e non – che si propongano economicamente più appetibili…

Un po’ di ottimismo

Va comunque detto, per rincuorarci, che le stime di blasonate ​agenzie di rating come Standard&Poor’s, vedono l’Italia come uno dei Paesi comunitari che rischierebbero meno dall’uscita del Regno Unito dall’Unione: l’​indice di vulnerabilità ​alla Brexit elaborato dagli esperti S&P ci fa infatti scivolare al diciannovesimo posto della classifica, ben al di sotto di Francia e Germania! 😉